Pace, femminile plurale. Ma ai tavoli che contano sono sempre #tuttimaschi
Dal 1992 al 2018 le donne hanno firmato solo il 4% degli accordi e mediato nel 3% dei casi. Eppure, quando sono loro a condurre il negoziato, la pace dura di più
Questa puntata di Sconfinate - Le donne della politica, la politica delle donne sarà doppia: una oggi e una seconda uscirà mercoledì. In entrambe si affronta un tema cui tengo molto: la pace. Da cercare, perseguire, ottenere sempre in chiave femminista. Perché i processi di pace durano di più e sono più equi se le donne sono coinvolte. Per segnalare argomenti, persone, storie che vorreste leggere nelle prossime uscite, potete scrivere a sconfinate.newsletter@gmail.com.
Qualche giorno fa ho visto circolare sui social e pubblicata su diverse pagine di giornale una foto che mi ha molto colpita. La foto era questa.
C’è un nutrito gruppo di rappresentanti istituzionali in posa al termine del Global Peace Summit, il vertice per la pace in Ucraina convocato in Svizzera il 15 e il 16 giugno scorsi. Un vertice importante (almeno negli intenti), con l’obiettivo di «sviluppare una visione comune verso una pace giusta e duratura in Ucraina», dopo oltre tre anni di guerra e migliaia di morti. Una foto istituzionale, diremmo, eppure dice molto del mondo che abbiamo costruito. Sapete perché? Perché anche a guardare bene bene bene a fatica si notano qua e là delle donne. Allora sono andata a contarle e per esserne certa ho verificato anche sul sito del ministero degli Esteri svizzero: su 100 partecipanti (di 92 Paesi, cui si aggiungono gli 8 delle organizzazioni invitate), sono 19. Cioè, meno di una donna ogni cinque uomini seduti al tavolo «che conta».
Le voglio elencare perché sono un soggetto così raro da vedere nei negoziati di pace che, per quel che conta questa newsletter, penso sia importante scrivere i loro nomi:
Cláudia Fonseca Buzzi, ambasciatrice del Brasile
Kaja Kallas, diplomatica dell’Estonia e attuale vicepresidente del Parlamento europeo
Salome Zourabichvili, ex presidente della Georgia, oggi diplomatica del suo Paese
Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio in Italia
Vjosa Osmani, presidente del Kosovo
Myriam Spiteri Debono, presidente di Malta
Alicia Isabel Adriana Barcena Ibarra, diplomatica del Messico
Maia Sandu, presidente della Moldavia
Isabelle Berro-Amadeï, diplomatica di Monaco
Gordana Siljanovska-Davkova, presidente della Repubblica della Macedonia del Nord
Luminița Odobescu, ministra degli Esteri della Romania
Ann Sim, ministra Affari Esteri di Singapore
Nataša Pirc Musar, presidente della Slovenia
Ebba Busch vice prima ministra della Svezia
Kamala Harris ex vice presidente Usa
E le quattro rappresentanti delle organizzazioni invitate:
Marija Pejčinović Burić, segretaria generale del Consiglio d’Europa
Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea
Roberta Metsola, presidente del Parlamento europeo
Rosemary DiCarlo, sottosegretaria generale delle Nazioni Unite per gli affari politici e di costruzione della pace.
Il 21 per cento
D’altronde, basta leggere qualche numero per rendersi conto che non sono solo le foto a far vedere una bassa partecipazione femminile quando si parla di diplomazia e pace. Sebbene Il 24 giugno si celebri la Giornata Internazionale delle Donne nella Diplomazia istituita nel 2022 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la Risoluzione A/RES/76/269, c’è poco da festeggiare: il Women in Diplomacy Index, che mappa la percentuale di ambasciatrici e donne rappresentanti permanenti presso l’Onu a livello globale, rivela che nel 2024 solo il 21 per cento degli ambasciatori e dei rappresentanti permanenti è donna.
La situazione è però molto varia da continente a continente, basti pensare che le Americhe detengono la media più alta di donne ambasciatrici e rappresentanti permanenti, con il 28 per cento, superando l’Europa, che lo scorso anno ha raggiunto il 27 cento (ma era prima nel 2023). L’Africa raggiunge il 20 per cento nel 2024, mentre in fondo alla classifica troviamo Asia e Mena (Middle East and North Africa) con, rispettivamente, il 14 e il 10 per cento. Guardando ai singoli Paesi, le uniche eccellenze si riscontrano in Canada, Svezia e Finlandia dove si è raggiunta la quota del 53, 51 e 50 per cento di ambasciatrici. L’Italia, ad esempio, è decisamente al di sotto di queste cifre con sole 20 ambasciatrici su 130: un misero 15,38 per cento.
La pace è «roba da uomini»? No
La domanda – a questo punto – è inevitabile: se in questo momento nel mondo è scoppiata l’ennesima guerra per mano di uomini incapaci di trovare soluzioni altre rispetto alle bombe, la pace è anch’essa «roba da uomini»? No. E a dirlo non è (solo) Sconfinate, ma decine e decine di studi pubblicati in questi anni. Nel saggio «Reimagining peacemaking: women’s roles in peace processes» curato da Marie O’Reilly, Andrea Ó Súilleabháin e Thania Paffenholz e pubblicato dall’International Peace Institute (Ipi) nel 2015 si fa riferimento a una nuova analisi statistica di Laurel Stone da cui emerge che
«la partecipazione delle donne ha un impatto positivo sulla durata degli accordi di pace. Esaminando la presenza delle donne come negoziatrici, mediatrici, testimoni e firmatarie in 182 accordi di pace firmati tra il 1989 e il 2011, e confrontandola con la durata degli accordi stessi, Stone ha concluso che la partecipazione femminile ha un impatto positivo e statisticamente significativo sulla tenuta della pace, anche considerando altre variabili».
In particolare, riporta lo studio,
«quando le donne sono incluse in un processo di pace, l’accordo risultante ha il 20 per cento di probabilità in più di durare almeno due anni. L’impatto della partecipazione femminile è ancora maggiore nel lungo termine: un accordo di pace ha il 35 per cento di probabilità in più di durare almeno quindici anni se le donne partecipano alla sua elaborazione».
Quindi, una donna che si inserisce in un processo di pace ha di fatto più possibilità di un collega uomo di portare a casa un accordo di pace, e persino migliore di quello che otterrebbe un diplomatico.
Tuttavia, fa notare il Council of Foreign Relations (Cfr), il coinvolgimento delle donne nei negoziati resta «limitato»: nel 2022 la componente femminile rappresentava solo il 16 per cento dei negoziatori nei processi guidati o co-guidati dall’Onu. In particolare, rileva il centro studi che è tra più influenti al mondo,
«in conflitti come quelli in Etiopia, Myanmar, Balcani, Sudan e Yemen, non vi era alcuna donna nei team negoziali. Solo la Colombia ha raggiunto una quasi parità di genere tra i negoziatori governativi e i delegati ribelli. Tra le 18 intese di pace firmate nel 2022, solo una aveva una donna tra i firmatari».
Un discorso analogo può essere fatto per le missioni di mantenimento di pace (peacekeeping) dove la presenza femminile resta «esigua» per usare un eufemismo:
«Solo il 6,5 per cento dei militari e il 15,8 della polizia è donna. Solo un terzo degli accordi di pace del 2022 comprendeva disposizioni specifiche per donne e ragazze».
E ancora: il Parlamento Europeo, in una risoluzione adottata nel 2020, afferma che
«le donne hanno rappresentato solo il 13 per cento dei negoziatori nei principali processi di pace dal 1992 al 2018, il 4 per cento dei firmatari e il 3 per cento dei mediatori».
Il caso Israele-Palestina
Prendiamo ad esempio dei conflitti storici, come quello tra Israele e la Palestina. Secondo il Cfr, solo il 25 per cento dei negoziatori è donna. Ma nel corso dei decenni le cose sono persino peggiorate, invece che migliorare, se – come scrive il Cfr – nella prima Intifada (fine anni ’80-inizio anni ’90) «le donne palestinesi hanno assunto ruoli chiave nell’organizzazione della resistenza: coordinavano scioperi, distribuivano volantini segreti e gestivano scuole clandestine» e sul fronte israeliano, invece, erano presenti gruppi come Women in Black e organizzazioni per i diritti umani come B’Tselem che hanno lavorato per iniziative femminili non violente. Tanto che, nei negoziati multilaterali di Madrid del 1991, alla delegazione palestinese le donne (3) erano un numero più alto di quello di altri delegati. Ma tra il ’93 e il ’95, negli Accordi di Oslo tutto cambia e a condurre le negoziazioni per l’Olp sono esclusivamente uomini dell’organizzazione in esilio. E le donne sono escluse anche dai processi di formazione del governo e da quelli di ricostruzione della società civile. Tanto che, scrive il Cfr,
«oggi l’impegno femminile resta ostacolato dall’occupazione continuativa e dalla limitata autonomia della Autorità Palestinese».
25 anni di «Donne, pace e sicurezza», quanta strada ancora
Per queste ragioni – perché sono situazioni che sono da sempre così – il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato, nel 2000, la Risoluzione 1325 considerata una «pietra miliare» per la partecipazione inclusiva ai processi di pace, poiché ha inserito il tema «Donne, pace e sicurezza» nell’agenda internazionale. Il documento mira a sottolineare il ruolo centrale che le donne già svolgono (e dovranno svolgere sempre di più in futuro) nella prevenzione e risoluzione dei conflitti, nei negoziati di pace e nell’attuazione di misure più adeguate di mantenimento della pace. Quest’anno la Risoluzione 1325 compie 25 anni (a ottobre) ma non sembra, nemmeno lei, poter festeggiare poi molto.
Le donne no, ma perché?
Ci sono motivazioni radicate per cui le donne non vengono coinvolte nei processi di pace e nei negoziati tra paesi per risolvere conflitti. Nello studio della Commissione per i diritti delle donne e l'uguaglianza di genere del Parlamento Europeo, “Women’s role in peace processes” pubblicato nel 2019, si richiama il lavoro di O’Reilly, Ó Súilleabháin e Paffenholz per spiegare che ci sono più ragioni. La prima nasce dal dilemma che
«se l’obiettivo di un processo di pace è solo porre fine alla violenza, allora le donne — che raramente sono le parti belligeranti — difficilmente saranno considerate partecipanti legittime».
Poi,
«le narrazioni tradizionali sulla sicurezza nel sistema internazionale rimangono in gran parte focalizzate sulla sicurezza dello Stato, piuttosto che sulla sicurezza umana, sminuendo così prospettive non militari e non centrate sullo Stato in merito a pace e sicurezza».
Il terzo punto è, invece, la mancanza di «volontà politica» combinata alla mancanza di «allocazione adeguata di fondi per influenza e trasformare le strutture tradizionali». Il caso più lampante, in questo senso, è quello dell’Afghanistan dove nei confronti delle donne c’è stata e c’è ancora una resistenza fortissima, anche da parte degli Usa, a coinvolgerle nel processo di mediazione per la pace.
Pacifismo e femminismo: la politica di Aleksandra Michajlovna Kollontaj
«To me the war was an abomination, a madness, a crime, and from the first moment onwards –more out of impulse than reflection – I inwardly rejected it and could never reconcile myself with it up to this very moment».
Sono parole della russa Aleksandra Michajlovna Kollontaj, la prima ministra e ambasciatrice della storia, donna rivoluzionaria nel senso pieno del termine, una marxista che pensava che il femminismo socialista fosse «abolire tutti i tipi di diritti che derivano dalla nascita o dalla ricchezza» perché per l’operaia «è indifferente se il suo padrone è un uomo o una donna». Kollontaj rifiutò anche un matrimonio combinato per scegliere di sposare un cugino, da cui ebbe un figlio, salvo poi rompere il matrimonio dopo appena tre anni perché «un figlio non avrebbe mai potuto rendere indissolubili i legami di un matrimonio» e lei non ci stava a essere solo la madre e la moglie. Sosteneva, già all’inizio del Novecento, il libero amore.
La sua carriera politica inizia dopo la separazione. Prima prendendo parte alla presa del Palazzo d’Inverno poi abbracciando la causa femminista e partecipando, in Germania, alla IV Conferenza femminile della Socialdemocrazia tedesca e poi alla Conferenza femminile dell’Internazionale socialista, in cui chiede il diritto di voto alle donne. È a lei che si deve, in Russia, l’abolizione del matrimonio religioso e l’equiparazione, dal punto di vista giuridico, dell’uomo alla donna.
Nei suoi viaggi in America, tra il 1915 e il 1916, promuove le conferenze di pace e quando torna in Russia viene eletta – una tra le poche donne a raggiungere questo traguardo – nel Comitato esecutivo del Soviet di Pietrogrado. Ricoprirà, negli anni successi, molteplici incarichi di governo, tra cui quello di ministra e proprio da ministra istituisce l’assistenza alla maternità e i nidi statali. Organizza anche il primo Congresso delle donne lavoratrici russe (1918) e è grazie a lei se le donne russe ottengono il diritto di voto e quello di essere elette prima di molte altre.
Quando entra in collisione con il governo russo, decide di lasciare la politica e diventa ambasciatrice prima in Messico e poi in Norvegia e in Svezia: anche questo un primato per un donna che, nella sua vita, ha avuto quasi solo primati. Aleksandra Michajlovna Kollontaj, che era nata a San Pietroburgo il 31 marzo del 1872, muore a Mosca il 9 marzo del 1952.





